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P. Boris Bobrinskoy
Eucaristia e preghiera del cuore

In occasione della seduta accademica annuale dell’Istituto di Teologia Ortodossa Saint-Serge di Parigi, l’11 febbraio 2007, padre Boris Bobrinskoy, professore di teologia dogmatica e Decano emerito dell’Istituto, aveva presentato la prolusione dal titolo «Eucaristia e preghiera del cuore» (originariamente apparso su «Service Orthodoxe de Presse», N° 317 aprile 2007). Ne pubblichiamo qui, con il permesso dell’Autore, una traduzione italiana.

Padre Boris Bobrinskoy insegna Teologia dogmatica all’Istituto Saint-Serge, di cui è stato Decano dal 1993 al 2005; è rettore della parrocchia francofona della cripta della cattedrale di Rue Daru a Parigi, dedicata alla SS. Trinità. È autore di numerosi studi di teologia trinitaria, di ecclesiologia e di teologia sacramentale, tra i quali ricordiamo Le mystère de la Trinité (Cerf, 1986, 2e éd. 1996), Communion du Saint-Esprit (Bellefontaine, 1992), La compassion du Père (Cerf / Le Sel de la Terre, 1999), Le Mystère de l’Église (Cerf, 2003).


Obiettivo e scopo di questa comunicazione è l’esposizione di una riflessione personale, non necessariamente originale, su un tema che già da anni era mia intenzione affrontare e che è già stato oggetto di pubblicazioni sparse, ossia il legame e la necessaria complementarietà, nonché la rispondenza vitale e profonda tra l’Eucaristia, da un lato, in quanto sacramento ecclesiale per eccellenza nonché «sacramento del regno», per riprendere l’espressione del compianto p. Alexandre Schmemann, e, dall’altro, la preghiera del cuore, l’invocazione del nome di Gesù, gioiello inestimabile della tradizione spirituale ortodossa.

Eucaristia, dunque, e preghiera del cuore. L’Eucaristia sarà qui intesa come attuazione nel tempo e nello spazio dell’unico sacrificio redentore del Salvatore, perpetuato nell’intercessione celeste del Signore risorto e asceso alla destra del Padre, intercessione finalizzata all’effusione dello Spirito Santo nella Chiesa e sul mondo. L’Eucaristia sarà anche intesa come la comunione dei santi, ossia la loro concelebrazione intorno al Trono dell’Agnello, concelebrazione dei santi conosciuti o ignoti, dei defunti e dei viventi, tutti uniti nel legame dello Spirito di santità e di vita.

Tuttavia questa dimensione orizzontale e di comunione dell’Eucaristia, in quanto sacramento del fratello, non esaurisce il mistero dell’Eucaristia né si oppone alla dimensione verticale di comunione della persona umana alla vita divina, la quale avviene sempre nello spazio ecclesiale, strumento divino dato per la nostra salvezza, ed è comunione della persona umana alla vita divina nel più profondo della sua esperienza più personale e intima.

È purtuttavia vero che nella concezione corrente della comunione eucaristica, tanto in Oriente quanto in Occidente, la dimensione verticale dell’edificazione e della santificazione personale era divenuta a tal punto predominante che la dimensione comunitaria dell’eucaristia era rimasta del tutto trascurata fino alla metà del ventesimo secolo. La riscoperta del senso comunitario dell’Eucaristia come sacramento dell’assemblea e come «sacramento del fratello» deve molto, sia all’interno della coscienza ortodossa contemporanea – e anche al di fuori del mondo ortodosso –, ai lavori di p. Nicolas Afanassieff sull’ecclesiologia eucaristica e a p. Alexandre Schmemann sull’eucaristia come sacramento dell’assemblea.

Sull’altro versante, per quanto riguarda la preghiera del cuore, faremo riferimento a tutta la tradizione spirituale dell’esicasmo, della Filocalia, dell’invocazione incessante del Nome Sacro di Gesù e del movimento faticoso di discesa dell’intelligenza – e di tutte le nostre facoltà, volontà, sensibilità ed emozioni – nel cuore esorcizzato e purificato. Oltre a questo e al di là dell’esercizio della preghiera continua, la preghiera del cuore significherà qui semplicemente preghiera nel cuore, laddove e allorché il cuore umano conversa con il Cuore divino, in una qualità di silenzio spirituale tale da giustificare la parola della Sposa del Cantico, «io dormo, ma il mio cuore veglia» (Cant 5, 2), intendendosi che al di là dell’intelletto e di qualsiasi parola discorsiva, il cuore diviene preghiera, seguendo i suoi ritmi più naturali. È importante intendere il silenzio come una dimensione essenziale della preghiera, poiché è allora che si può sentire la voce o il gemito dello Spirito che prega in noi, è allora che possono giungere all’orecchio spirituale i colpi del divino Mendicante d’amore che bussa alla porta del cuore: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Apocalisse 3, 20).

Occorre sottolineare che l’invocazione del nome di Gesù, come l’invocazione del nome del Padre, è inseparable dal mistero del cuore, poiché è là che il nome si incide ed è là che si vive la presenza del Benamato. Dopo la Pentecote, i cristiani ebbero coscienza che, insieme al suo nome proprio «Gesù», il Resuscitato ha ricevuto nella sua umanità glorificata il nome divino di «Signore», come ci attestano tanto san Pietro («Dio lo ha fatto Signore», Atti 2, 36) quanto san Paolo («Dio lo ha esaltato e gli ha dato un nome al di sopra di ogni altro nome, affinché al nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi in cielo, sulla terra e negli inferi e che ogni lingua proclami che Gesù Cristo è Signore a gloria di Dio Padre», Filippesi 2, 9-11).

Quando diciamo «Signore nostro Gesù Cristo» o semplicemente quando cantiamo o diciamo «Kyrie eleison», dimentichiamo troppo spesso tutta la potenza e la novità che quell’espressione o questa invocazione avevano sulla bocca dei primi cristiani. Prima ancora di essere chiamati «cristiani» ad Antiochia (Atti 11, 26), essi si chiamavano semplicemente «coloro che in ogni luogo invocano il Nome di Gesù Cristo il nostro Signore» (1 Cor 1, 2). Di conseguenza, contrariamente a quanto si possa pensare, l’espressione «Signore pietà» non è una semplice risposta alle richieste litaniche del diacono, ma è la preghiera stessa; il diacono non fa altro che formulare delle intenzioni invitando la Comunità alla preghiera, come del resto indica l’inizio della litania che segue il Vangelo: «Diciamo tutti, con tutta l’anima e con tutta la nostra mente, diciamo: Kyrie eleison».

Dobbiamo essere più consapevoli dell’importanza del Kyrie eleison, non riducendolo ad una specie di riassuntino di risposta, dacché lo spirito e l’intelligenza non potrebbero seguire.

Tracciando un parallelo tra l’Eucaristia dell’Assemblea e la preghiera del cuore è mia intenzione sottolinearne da un lato la complementarietà, d’altra ricordare la dimensione comunitaria e sociale della persona umana, e di attirare infine l’attenzione su una contraddizione apparente, ma necessaria, che troviamo nelle parole evangeliche, quando leggiamo il Signore che dice: «Quando preghi, chiuditi nella tua camera, chiudi dietro di te la porta, e prega il Padre tuo nel segreto e il Padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserà» (Mt 6, 6), e poi ancora il Signore che ci ricorda che «quando due o tre sono uniti nel mio Nome, io sarò fra loro» (Mt 18, 20) e «dunque, pregate così: Padre Nostro che sei nei cieli» (Mt 6, 9).

Nella Chiesa si uniscono queste due dimensioni essenziali della vita cristiana. La singola persona non si fonde né si “diluisce” nella preghiera liturgica assembleare della Chiesa, sicché ogni persona si ricollega al Cristo per mezzo della Grazia dello Spirito Santo in una relazione unica, tuttavia, allo stesso tempo, la Chiesa, raccoglie nell’unità i figli di Dio che sono dispersi ed eleva alla Trinità la lode di tutto il creato. Perciò, in base a questo principio, la preghiera, anche la preghiera personale, è sempre di natura ecclesiale e liturgica. Solus christianus nullus christianus, diceva un antico adagio latino.

Vorrei citare qui una frase dell’Arcivescovo di Tirana e di Albania Anastasios Yannoulatos. Egli ricorda che «la liturgia deve continuare nelle situazioni personali e quotidiane. Ogni fidele è chiamato a celebrare una liturgia personale sull’altare segreto del proprio cuore, realizzando una proclamazione vivente della Buona Novella per la vita del mondo. Senza questa continuazione, la liturgia ecclesiale rimane incompiuta»[1].

È anche opportuno ricordare qui la grande importanza assunta dalla Filocalia per la rinascita teologica, liturgica e spirituale nel mondo ortodosso. In questo ambito dobbiamo molto al contributo di padre Dumitru Staniloae. Egli si è soffermato, tra l’altro, sul ruolo accordato al Mistero eucaristico negli scritti filocalici. Personalmente, ho spesso accennato a un sorprendente testo del primo autore di una filocalia, Origene (III sec.), che mi piace qui citare in extenso: «Voi, tutti voi, siete un popolo di sacerdoti. Di conseguenza, avete accesso al santuario; ciascuno di voi porta in se stesso la propria offerta e illumina lui stesso l’altare del sacrificio, affinché bruci incessantemente. Io, se rinuncio a tutto ciò che possiedo, se porto la mia croce e seguo il Cristo, offro il mio olocausto sull’altare di Dio. Se abbandono il mio corpo per bruciare di carità, se acquisisco la gloria del martirio, offro me stesso in olocausto sull’altare di Dio. Se amo i miei fratelli, al punto da consegnare la mia anima per loro, se io lotto fino alla morte per la giustizia e la verità, offro il mio olocausto sull’altare di Dio. Se io mortifico le mie membra, causa di ogni concupiscenza carnale, se il mondo mi è crocifisso ed io sono crocifisso al mondo, offro il mio olocausto sull’altare di Dio e divento il sacerdote del mio sacrificio»[2].

 Si potrebbero moltiplicare i testi che attraversano tutta la tradizione spirituale orientale. Ecco ancora un passaggio di san Gregorio il Sinaita, predecessore di san Gregorio Palamas: «Il cuore libero da ogni pensiero è mosso dallo Spirito Santo ed è diventato un vero tempio ancora prima della fine dei tempi. La liturgia si celebra interamente secondo lo Spirito»[3].

La mistica sacramentale ed eucaristica della tradizione orientale non è in contrasto con la dimensione specificatamente monastica della spiritualità bizantina. Così, san Gregorio Palamas, meglio conosciuto come difensore dell’esicasmo atonita, diventò negli ultimi anni della sua vita arcivescovo di Salonicco a predicare la partecipazione alla salvezza attraverso la vita sacramentaria: «Cristo è divenuto nostro fratello, in comunione con la nostra carne e il nostro sangue, e si è così reso simile a noi... è anche diventato nostro Padre con il divino battesimo, che ci rende simili a Lui e ci nutre al suo seno come una madre colma di tenerezza»[4].

Analogamente il suo contemporaneo san Nicola Cabasilas, apostolo della mistica sacramentale, afferma: «Il Salvatore, per diventare nostro Padre [...] ha assunto la nostra carne e il nostro sangue; di conseguenza, per diventare suoi figli, ci dobbiamo comunicare con il Suo corpo e il Suo sangue, partecipare della Sua sostanza e così, con questo sacramento, non diventiamo soltanto parte delle sue membra ma anche suoi figli…»[5].

Per meglio comprendere l’unità organica dell’Eucaristia e della preghiera del cuore, vorrei a questo punto soffermarmi su tre loro aspetti fondamentali, che denomineremo aspetto «esclusivo», aspetto «inclusivo» e aspetto «apostolico».

Nell’aspetto «esclusivo» rileviamo la distinzione tra la fede della Comunità liturgica o del singolo fedele, nel porsi ecclesiale e personale di fronte a Dio. Il separarsi della Comunità nella «chiusura di ogni porta», nell’osservanza del segreto, le cui vestigia sono rintracciabili nell’invito del diacono: «le porte, le porte», che nella chiesa primitiva comportava la chiusura delle porte della chiesa, all’interno della quale restavano soltanto coloro che si comunicavano. Così il Signore ci invita ad entrare nella camera del cuore, di chiudere la porta e, nel segreto, pregarLo (Mt 6, 6).

 Nell’aspetto «inclusivo» intendiamo invece l’aprirsi e l’intercedere per il mondo. È per la vita del mondo che il Cristo si è offerto in sacrificio redentore, poiché «Dio ha tanto amato il mondo» e «quando sarò innalzato al cielo, chiamerò a Me tutti gli uomini».

Attraverso i sacramenti della Chiesa tutti gli elementi dell’universo sono esorcizzati e santificati, l’acqua dal Battesimo del Signore nel Giordano, il pane ed il vino, frutto del lavoro degli uomini, diventano il Corpo stesso e il Sangue prezioso del Salvatore. Il memoriale eucaristico attualizza e rende perenne il combattimento invisibile e la vittoria pasquale del Cristo sulle potenze sataniche che usurpano il regno del Signore sul mondo. Così l’intercessione della Chiesa copre e protegge il mondo.

Con l’invocazione del nome benedetto di Gesù il cuore si purifica e si libera dalle passioni, le forze del male vengono esorcizzate, venendosi a trovare di fronte al nome di Gesù, che consuma, purifica e santifica. Questa profonda guarigione non si limita al solo individuo che prega, ma si espande intorno di lui come un profumo. Il cuore dell’uomo tende a riempirsi per natura di ogni sofferenza, dolore, preoccupazione e di ogni passione, buona o cattiva. Tutto questo ce lo portiamo dietro e ci è di ostacolo persino tra le mura della Chiesa. E in relazione a ciò che prendono senso le parole dell’Inno cherubico al Grande Ingresso: «Deponiamo ogni mondana preoccupazione». Deporla, certamente, ai piedi del Salvatore, nel suo cuore compassionevole. Se non lo facessimo, verremmo sommersi e schiacciati sotto il peso delle sofferenze di tutti coloro che vengono a noi ed è soltanto nell’amore del Cristo, che possiamo scendere e rimanere nell’inferno o nel deserto dei cuori e non disperare, come ci ricorda il santo staretz Silvano dell’Athos: «Conserva il tuo spirito nell’ inferno e non disperare».

Dobbiamo essere consapevoli che l’inferno non è soltanto un luogo di perdizione e di sofferenza eterna, esso è non meno uno stato del cuore umano, divenuto esso stesso un luogo di desolazione e di disperazione: è in queste profondità di disperazione in cui dobbiamo imparare a scendere, portando il Cristo nel nostro cuore, senza disperare, come san Silvano o forse anche come santa Teresa del Bambin Gesù, che aveva costeggiato gli abissi dell’incredulità tenendosi ai piedi del Signore.

Ricordo le parole profetiche rivolte dal Metropolita Evlogij (Georgevskij) a santa Madre Maria (Skobtzova) quando ella fu rivestito dell’abito monastico qui nella Chiesa di San Sergio. Facendo di Santa Maria l’Egiziana la sua protettice, le chiedeva infatti di inoltrarsi «nel deserto dei cuori umani». Deserti, tenebre o inferni, sono un po’ la stessa cosa. Sappiamo bene come, nella Bibbia, il deserto e la notte costituiscano il covo delle potenze malefiche, di quelle potenze che Gesù affrontò nel deserto e nell’inferno stesso.

Soffermiamoci infine sulla dimensione «apostolica» della preghiera eucaristica e della preghiera personale. L’Ite missa est della Messa romana o l’«Usciamo in pace» della Liturgia bizantina, non segna la fine della Liturgia, ma soltanto il termine del suo momento comunitario. Questo momento non deve essere considerato come una mera “uscita” fuori della chiesa ma, al contrario, come “ingresso” della Chiesa nel mondo, secondo un altro modo di celebrare, che costituisce «la liturgia dopo la liturgia». Costituisce inoltre il passaggio dalla domenica, giorno del Signore, alla settimana.  Potrei ricordare qui tutta la profondità della visione cristiana circa la relazione tra la domenica, giorno del Signore e giorno eucaristico per eccellenza, e la settimana, che nella sua interezza conduce, prepara e introduce alla domenica, ma nondimeno segue alla domenica e ne diffonde il messaggio nel mondo.

Così l’alternarsi della domenica e della settimana costituisce un principio fondamentale che rende evidente lo spirito e il significato della liturgia. Nell’uomo nutrito dalla parola di Dio e dal Corpo eucaristico del Cristo, e dissetato dal suo Sangue vivificante, il cuore batte all’unisono con il Cuore del Cristo, sicché noi siamo – a immagine degli apostoli a Pentecoste – inviati nel mondo per annunciare le buona novella del Vangelo. Inoltre, diventiamo noi stessi parola vivente, pervasa di Spirito. Noi posiamo sugli uomini, sugli animali e sulle cose uno sguardo di benedizione, di pace, di guarigione e di compassione, ma portiamo anche nel mondo la spada della contraddizione, la parola di testimonianza del Maestro crocifisso e la scandalosa notizia della sua Resurrezione.

 A sua volta la preghiera del cuore, invece di farci chiudere in un’interiorità individuale, ci insegna a deporre il Nome di Gesù su ogni creatura, sul loro mondo interiore, sulle loro sofferenze e angosce.

 Ecco ciò che scrisse su quest’argomento don Andre Louf, uno dei maggiori esperti cattolici di spiritualità ortodossa: «Possiamo portare il Nome di Gesù come una benedizione su tutto ciò che passa per le nostre mani, su qualsiasi uomo che incontriamo, su ogni viso che si gira verso noi. Occorre toccare pregando, incontrare benedicendo. È possibile così riconoscere, con Gesù, la nuova identità tra l’uomo e il mondo»[6].

L’ultimo aspetto dell’analogia tra Eucaristia e preghiera del cuore, col quale vorrei concludere questo saggio, è la loro finalità comune, ovvero i frutti dello Spirito Santo.

 La teologia eucaristica ortodossa – e non meno la rinascita liturgica cattolica –, assegna allo Spirito Santo un posto di primo ordine: Epiclesi di consacrazione e di comunione, concezione dell’Eucaristia come Pentecoste permanente, legame d’amore e d’unità della Comunità ecclesiale, Spirito Consolatore che ci introduce alla Verità piena, Spirito d’adozione in cui e per il quale osiamo rivolgerci a Dio tutti insieme e chiamarlo Padre, Spirito in quanto spazio e luogo d’adorazione e di santificazione, per riprendere alcuni termini cari a san Basilio il Grande.

Ma cosa ne è del posto dello Spirito Santo nella preghiera del cuore? Si ha, a volte, la tendenza a considerare la preghiera del cuore come esclusivamente cristocentrica, dimenticandoci, dunque, di dare il giusto posto allo Spirito Santo. Esiste un malinteso fondamentale e un’ignoranza profonda relativamente a quella che è la dimensione trinitaria implicita, inerente e necessaria nell’invocazione del nome di Gesù.

Certamente sin dalle sue origini la Chiesa ha spontaneamente elaborato delle preghiere indirizzate al Cristo, di carattere più intimo rispetto alla grande preghiera eucaristica indirizza tradizionalmente al Padre. Queste preghiere rivolte al Cristo sono legittime e necessarie. Ne è un esempio l’inno vespertino: «Luce gioiosa» o la preghiera conclusiva dell’Ora prima «Cristo, Vera Luce». Ma in realtà, queste preghiere offerte al Cristo costituiscono il dono fondamentale dello Spirito Santo: «Nessuno può chiamare Gesù Signore, dice San Paolo, se non nello Spirito Santo» (I Cor 12, 3). È quindi evidente che ogni volta che dal fondo del nostro cuore chiamiamo Gesù e lo invochiamo come Signore, lo facciamo sotto l’impulso dello Spirito Santo. Precisiamo inoltre che non possiamo ridurre l’«eleison» alla semplice pietà. In esso si invoca innanzitutto misericordia, riconciliazione, accoglienza della pecora ferita e perduta nell’ovile celeste, nelle residenze eterne del regno trinitario. L’eleison significa in verità la pienezza dei doni dello Spirito Santo. Uno degli ultimi testi della Filocalia di san Nicodemo l’Aghiorita è dedicata agli effetti del Kyrie eleison, che porta in lui tutta la pienezza dei doni di Dio. Così, la funzione dello Spirito è quella di incidere nel nostro cuore il Nome di Gesù e di realizzarne la presenza.

Come diceva padre Sofronio: «aprite il vostro cuore affinché lo Spirito Santo vi tracci l’immagine del Cristo». A immagine e somiglianza del Cristo, preghiamo con lo Spirito, nello Spirito e per lo Spirito, ma quest’ultimo si fonde nel nome di Gesù quando i suoi frutti sovrabbondano. Siamo dunque chiamati nella vita in Cristo a essere mossi dallo Spirito, a essere da Lui riempiti e infine a diventare noi stessi sorgenti dello Spirito, secondo le parole della Scrittura: «se qualcuno ha sete che beva, da lui sgorgheranno fiumi d’acqua viva» (Gv 7, 38). Tale è anche il messaggio della Filocalia, della preghiera del cuore vissuta nella Chiesa.

In conclusione possiamo affermare essere cosa essenziale, da una parte, reintegrare la corrente esicasta, la scuola della preghiera del cuore, tutta la sua tradizione e il monachesimo in genere nel quadro della vita ecclesiale e della preghiera liturgica comune. La preghiera del cuore, infatti, ne costituisce il fulcro e il motore segreto. D’altro canto parte, sul versante opposto, occorre ricordare la preoccupazione costante degli autori biblici e dei Padri della Chiesa di interiorizzare il culto liturgico, di armonizzarlo con la nostra vita profonda, di trovare così le radici interieuri del sacerdozio, in virtù del quale, ciascuno di noi, è il Grande sacerdote sull’ altare del proprio cuore, nell’offerta del mondo a Dio. Bisogna dunque trovare il modo di recuperare e di riallacciarsi a queste origini interiori del sacerdozio e del sacrificio, come offerta e santificazione del nostro essere e come intercessione permanente per il mondo.


[1] Citato da Ion Bria in «The Liturgy after the Liturgy», in Martyria/Mission, The Witness of the Orthodox Churches today, Geneve, 1980, p. 67.

[2] Origene, Comm.in Leviticum 9, 9 (PG 12, 521-522).

[3] Grégoire le Sinaïte, Sentences diverses sur les commandements, N°7. Philocalie tome B, vol. 2, Bellefontaine, 2005, p. 378.

[4] Omelia 56, citata da John Meyendorff, Introduction à l’étude de Grégoire Palamas, Parigi, 1959, p. 247-248.

[5] La Vie en Jésus-Christ, Sources Chrétiennes 355, p. 301.

[6] Seigneur, apprends-nous à prier, Lumen Vitae, 1972, p. 174.


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