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ANNUNCIARE IL VANGELO AL MONDO DI OGGI
Archimandrita Syméon (Cossec)
Testo della conferenza data il 31 maggio 2008 all’Istituto di Teologia Ortodossa Saint-Serge di Parigi in occasione dell’assemblea pastorale dell’Arcivescovado delle Chiese russe in Europa occidentale.
Appare scontato che i cristiani, e a maggior ragione dei pastori, si pongano il quesito su come annunciare il Vangelo nel mondo d’oggi. La ragione è che ci troviamo in una società che ha conosciuto una notevole evoluzione e che evolverà ancora. I modi di vivere e di pensare comportano una specificità inerente al nostro tempo, per cui si rende necessario avere coscienza della nostra responsabilità, affinché ci porti a riflettere e a trovare soluzioni su come dobbiamo adeguare una pastorale adatta al mondo in cui viviamo.
Non ho la pretesa di proporvi dettagliate “istruzioni per l’uso” volte a risolvere la nostra problematica: sarebbe presuntuoso e perfettamente inutile poiché si rivelerebbero rapidamente caduche. Proverò a consegnarvi alcune riflessioni personali per le quali vi chiedo indulgenza, poiché sono soltanto il risultato di ciò che ho potuto sperimentare fino ad oggi. Intendete quel che vi propongo come inevitabilmente limitato dalla soggettività e dalla particolarità del mio vissuto personale, che vivo nel mio quotidiano di monaco e di sacerdote.
Il primo pensiero che mi è venuto in mente circa l’argomento in questione è il seguente: come si è comportato il Cristo, quando si è confrontato con la realizzazione della sua missione divina? Dal momento della sua Incarnazione, si è trovato nella cultura e nella civilizzazione ebraica del suo tempo. Cosa ne ha fatto di questa cultura? Si è trovato di fronte ad esseri umani che non vivevano in conformità con il giudaismo: come ha reagito? Doveva annunciare la salvezza agli uomini che lo circondavano e, tramite loro, al mondo intero – cosa che non andava da sé! Coloro che incontrava erano in attesa di una salvezza temporale: essere liberati dal giogo romano! La gerarchia giudaica era sicura di se stessa quanto al modo di vivere secondo la legge di Mosè. Come ha manifestato a tutti il messaggio divino: la buona novella della salvezza? E via dicendo con simili questioni!
Se osserviamo il modo in cui il signore Gesù si è comportato prima di parlare in pubblico, cosa vediamo? Appena è stato battezzato da Giovanni, si ritira nel deserto: non è l’unica volta in vediamo il Cristo ritirarsi. Monta spesso nella barca dei discepoli per andare «sull’altra riva», in cui potrà trovare la calma necessaria per la preghiera a suo Padre. Leggiamo così nel vangelo di san Matteo, dopo l’annuncio della decollazione di san Giovanni il Battista: «Udito ciò, Gesù partì di là su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto» (14, 13), più lontano al v. 23: « Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare», e quindi, sempre in Matteo, 26, 36: « Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare»».
Questi esempi ci mostrano molto chiaramente che prima di vivere un evento importante (vita pubblica o Passione) o di consegnare una nuova parola, Gesù si ritira per pregare. La conclusione sembra semplice e può essere banale, ma non inutile ricordarla a fronte delle agitazioni che ci opprimono, dell’attivismo che non ci dà tregua e soprattutto alla responsabilità che ci spetta. Ci occorre trovare Dio prima di dire Dio, ci occorre incontrare il Cristo prima di vivere con lui!
Ma come vivere tutto ciò? Per ciascuno sarà diverso: i mezzi varieranno a seconda che si lavori nel mondo, che ci si sposi e si abbia una famiglia a cui dedicarsi o nel caso di sacerdoti. Un monaco in un monastero non ha gli stessi mezzi di chi vive nel mondo. Un vescovo coinvolto nei problemi della sua diocesi dovrà trovare la migliore soluzione o la meno cattiva, ma quel che è certo, è che nessuno può fare a meno di un momento dedicato, nel silenzio, in disparte, nella preghiera, per andare incontro alla propria attività pastorale, per animarla dell’unico: l’amore divino che ci salva!
Non dobbiamo avere timore di ritirarci dove meglio possiamo incontrare Colui che può tutto in tutti. Un angolo di un ufficio, un angolo di preghiera, una zona riparata in un giardino, l’anonimato di un trasporto urbano, un soggiorno in mezzo alla natura, un ritiro in un monastero e molti altri luoghi possono aiutarci a prepararci a compiere la missione che ci aspetta. Come il Signore Gesù ci ha mostrato dobbiamo andare ad attingere là dove l’acqua è corrente!
Vediamo ora come Cristo si rapportò con la cultura del suo tempo. La parentela di Gesù è ebraica. Come seconda persona della Trinità, come Verbo che si è fatto carne, egli viene ad abitare fra noi (è il fondamento della teologia dell’Incarnazione), sposa perfettamente la cultura del paese dove è nato. È attraverso questa inculturazione che egli ha progressivamente trasmesso il messaggio divino di cui era mandatario. Vediamo infatti il Signore vestirsi come gli uomini del suo tempo, lo vediamo mangiare e bere con quelli che lo circondano, al modo orientale: nella divisione semplice e fraterna. Rispetterà le norme religiose interiorizzandole, frequenterà la sinagoga, avrà scambi con i dottori della legge come era d’uso, e molte altre cose ancora. Per riassumere, questo significa che il Salvatore riceveva il tesoro culturale di questi avi, che attingeva da questo tesoro senza tuttavia lasciarsi alienare da questo. Dal momento che ogni cultura richiede una trasmissione, egli parteciperà a questo movimento con il discernimento che gli era proprio: non è venuto ad abolire la Legge (che era parte integrante della cultura ebraica), ma a portarla a compimento. Il che significa incoraggiare a sviluppare ciò che c’è di buono e lasciare da parte tutto ciò che diventava ingombrante, inutile e caduco.
Spingiamoci oltre questa constatazione: il Signore si integra perfettamente nella cultura in cui si incarna, pur non lasciandosi coinvolgere dalle sue devianze: quel che Egli deve annunciare è la salvezza dell’uomo da parte di Dio e non la salvezza dell’uomo da parte dell’uomo. Tuttavia l’atteggiamento di alcuni farisei (ma non tutti i farisei erano cattivi!) consisteva nel riportare ogni cosa a un movimento orgoglioso, a un cattivo recupero della legge mosaica: la vita cultuale, che era diventata culturale da tempo per gli ebrei e i loro figli, era pericolosamente intaccata da ciò che nomineremo oggi un fondamentalismo deviante: la sedicente cultura “cultuale” era tendenzialmente utilizzata per interessi egoisti dai quali Dio era ovviamente assente… il Salvatore non si lascerà intrappolare da questo movimento. Lo denuncerà fermamente e si proporrà di trasmettere degli insegnamenti, la cui particolarità sta nell’essere sperimentali: insegnerà a tutti come sperimentare l’amore di Dio e l’amore degli uomini. Ciò rese necessario a volte andare contro corrente rispetto a ciò che si viveva allora e questo sorprenderà molte coscienze, che si desteranno alla bellezza delle Beatitudini: il compimento della legge secondo una prospettiva apparentemente ribaltata sorprenderà più d’uno!
Forse occorre qui analizzare il rapporto tra cultura e tradizione, la seconda nutrendosi della prima e la prima ponendosi in tutte le manifestazioni del pensiero e della vita cristiana trasmesse dal Cristo. Potremmo dire, per riassumere, che il Signore, essendo emigrato del suo luogo trinitario, per esiliarsi sulla nostra terra, ha accettato di confrontarsi con la cultura ebraica, attraverso la quale ci ha trasmesso la grande novella della Salvezza universale, sviluppando e portando a compimento tutto ciò che, come Creatore, aveva dato all’uomo, purificando tutto ciò che l’uomo aveva sporcato e ridandogli l’accesso alla vera cultura: quella dell’amore, sola vera conoscenza fondamentale, che una volta trasmessa diventa la sola vera Tradizione!
Allora concretamente, oggi, che dobbiamo fare?
Certamente, seguire l’atteggiamento del Cristo. Non avere timore della nostra cultura, della nostra civilizzazione, utilizzando tutto ciò che hanno acquisito coloro che ci hanno preceduti, ma in modo critico, con discernimento e spirito creativo. Numerosi intellettuali dopo l’emigrazione russa intorno al 1920, hanno cercato di stabilire legami con la cultura che incontravano nel paese che li ospitava. Tanto da parte degli esiliati che degli occidentali diventati ortodossi, questa emigrazione fuori della Russia fu letta come disegno provvidenziale di Dio per fare conoscere la fede ortodossa fuori dal suo spazio culturale tradizionale. Ma ciò è potuto accadere grazie all’apertura dei russi alla cultura nella quale vivevano. Si sapevano depositari di un tesoro: hanno voluto condividerlo con quelli che Dio chiamava a questa scoperta.
La traduzione dei testi liturgici e spirituali come pure la celebrazione nella lingua locale in diverse parrocchie hanno permesso di fare conoscere questa fede così come era vissuta. Facciamo riferimento all’opera del Metropolita Antonio di Surogh, questo grande predicatore del Vangelo, padre spirituale instancabile per tutti coloro che lo cercavano. E che dire di un Paul Evdokimov, di un Vladimir Lossky e della loro opera in ambito teologico, di un Léonide Uspensky in quello della icona per citare soltanto i più prestigiosi, tanto radicati nella loro eredità quanto aperti alla cultura dell’altro e alla condivisione! Il padre Cyrille Argenti, di beata memoria, ci dice tra l’altro parole come queste: “Per l’ortodossia, la missione è principalmente la creazione di una chiesa locale con la sua propria cultura. Non si tratta né di esportare la cultura della Chiesa madre, né di accettare tale e quale la cultura del paese di missione. Si tratta di una creazione nuova, di un’opera ecclesiale con tutto ciò che questo implica come creazione culturale”. Oggi un lavoro molto bello sul canto liturgico è stato effettuato dal monastero di Cantauque. Aiutati da grandi specialisti della musica bizantina tradizionale, i monaci hanno saputo adattare questo canto alla lingua francese e alla sensibilità musicale del nostro paese (e questo non è stato facile). Questa nuova creazione è una bella realizzazione che deve incoraggiare tutti coloro che sono sensibili a progetti di questo tipo. Abbiamo bisogno di nuove chiese per le nostre varie comunità: è necessario costruire sistematicamente campanili a cipolla o copiare modelli bizantini? Con il rischio di una mancata integrazione nel paesaggio di queste copie! Non si tratta piuttosto di trovare architetti sufficientemente creativi e colti per proporci modelli di edifici che si armonizzino con la natura circostante e che rispettino le necessità liturgiche delle nostre parrocchie e dei nostri monasteri? Dov’è il Basilio di oggi che pur consegnandoci una teologia di alto livello sappia creare luoghi per alleviare i poveri e i pazienti: Dove sono i basiliades di oggi? San Basilio sapeva che non ci sono incrinature possibili tra vita liturgica ed esercizio concreto della carità. Non è necessario copiare la musica hard rock per cantare in Chiesa, né realizzare le nostre iconostasi di plastica per vivere nella cultura di oggi. Ma forse potremmo provare, ad esempio, ad adattare ciò che era realizzato come prototipo di iconostasi nel periodo paleocristiano e così permettere allo stesso tempo ai nostri santuari di conservare la nozione di spazio sacro pur permettendo una visibilità corretta della realizzazione dei misteri santi.
Tutto ciò che ho appena sottolineato, con esempi certamente insufficienti, richiede un vero atteggiamento di conversione interiore, richiede umiltà, comprensione dell’altro e ricerca della volontà divina. Se Pietro, Paolo, e gli altri apostoli hanno costruito le basi solide della nostra Chiesa, è grazie all’ascolto dello Spirito santo e alla fedeltà a Cristo; hanno saputo adattarsi alle necessità e alle diverse culture di quelli che incontravano e cercare soluzioni alle diverse domande che si ponevano: occorreva o no conservare il rito della circoncisione? Paolo era per non imporlo ai pagani che si convertivano, Pietro aveva un altro parere! Dopo il confronto una soluzione è stata trovata grazie alla preghiera, alla carità che ha saputo dominare tra loro e al desiderio di conversione interna di ciascuno. San Paolo ci dice: “Non c’è più né giudeo né greco...”, sappiamo bene ciò che voleva dire allora, occorre andare nello stesso senso e forse capiremo ciò che mi fu detto un giorno da un superiore ortodosso straniero: “Non possiamo capirci poiché non abbiamo la stessa cultura”.
Alla domanda “Come dobbiamo annunciare il Vangelo oggi?” possiamo rispondere con la parola e con la vita. Cos’è più importante: testimoniare con la parola o con la vita? Nel periodo delle antiche persecuzioni come anche di quelle che hanno conosciuto molti nostri fratelli dei paesi comunisti, alcuni martiri (dunque coloro che hanno dimostrato la loro fede) hanno utilizzato l’espressione orale e sono arrivati a dare la loro vita per Cristo. Altri lo hanno fatto restando silenziosi come agnelli condotti al macello. Il Signore stesso ha risposto a Pilato e a quelli che lo interrogavano, ma in altri momenti ha saputo tacere. Ciò che è certo, è che tutti sono testimoni con l’autenticità della loro vita. Una parola è convincente se è la vera espressione, onesta e sincera di un’esperienza autentica.
Alcuni anni fa ho avuto l’occasione di ascoltare delle parole molto belle sulla misericordia di Dio e di quella che dobbiamo vivere con i nostri fratelli. Il sacerdote che parlava si esprimeva con un vero talento d’oratore e la sua eloquenza mi aveva convinto. Più tardi, mentre occupava un posto importante nella gerarchia, avrei voluto continuare a vedere in lui un vero apostolo della misericordia evangelica, ma purtroppo avendo compiuto atti in opposizione alla sua parola, non ho potuto più aderire alle sue argomentazioni. Eppure una semplice domanda di perdono avrebbe potuto riparare tutto, ma finora non è venuta.
Da bambino, sono stato educato da dei religiosi; mi ricordo ancora oggi uno di loro: non lo ho mai sentito parlare, ma il suo sguardo, la sua umiltà, il suo viso sempre allegro, mi hanno segnato fino ad oggi e rendo grazie a Dio per quest’uomo che senza una sola parola mi ha fatto comprendere ciò che conduce ad un legame autentico con Dio. Non moltiplicherò gli esempi, tutti lo avranno capito: la parola e la vita possono aiutare ad annunciare il Vangelo, ma alla condizione di essere veri e lasciare l’ipocrisia nella pattumiera con un buon coperchio sopra!
Cosa vuole dire “annunciare il Vangelo?” Significa annunciare la buona novella e sapere che Dio ci ama senza condizione e che noi ne siamo testimoni! Occorre oggi, ancora più di ieri, dimostrare quest’amore impensabile che caratterizza Dio! Ma come? Inizialmente osservando ancora una volta come il Signore Gesù ha agito. Ricordiamo l’incontro con la samaritana alla quale il Salvatore chiede da bere. Ricordiamo l’incontro con Zaccheo a cui Gesù chiede di essere accolto nella propria casa e di preparargli un pasto. Ricordiamo anche la peccatrice alla quale Cristo permette di cospargergli i piedi e di asciugarli con i capelli con grande scandalo del padrone di casa. E quindi ancora dell’adultera che salva dal linciaggio e che non condanna, ma invita con dolcezza e amore a non a peccare più. Mi fermerò alla parabola del figlio prodigo, apice dell’espressione della misericordia di Dio, dimostrazione chiara dell’amore senza condizione che il creatore dà alla sua creatura, nonostante la sua distanza volontaria.
Dove è il giudizio? Dove è la condanna? Dov’è il disprezzo? Dove e quando il Signore abbandona questi persone nella loro colpevolezza? Dobbiamo essere molto attenti al modo in cui vengono trattati tutti coloro che ho appena citato: questa dimostrazione dovrebbe bastare a comprendere ciò che occorre fare o dire per annunciare il Vangelo al mondo d’oggi! E, se vogliamo, aggiungiamo ancora la compassione con cui Gesù soffre con quelli che soffrono, piange con quelli che piangono. Questo lo porta a curare i pazienti, a sanare gli zoppi, a dare la vista ai ciechi, a resuscitare il figlio della vedova di Naim e il suo amico Lazzaro. Aggiungiamo il perdono verso i propri carnefici, la pazienza con i discepoli. Ma ciò non basta! Occorre agire ad immagine di ciò che Gesù ha fatto. Dobbiamo fare di tutto per essere misericordiosi; dobbiamo fare di tutto per non giudicare, per non condannare, per non disprezzare e ancora per non introdurre la sensazione di colpevolezza nel cuore di colui o colei che ci sta di fronte e che attende il nostro amore! Rifiutiamo categoricamente ogni atteggiamento moralizzatore che porta soltanto alla sensazione di rifiuto e che esclude ogni tentativo di comprensione e di amore.
Nel mondo di oggi, al quale dobbiamo annunciare il Vangelo, ci troviamo in situazioni identiche a quelle che ha conosciuto Gesù: ci sono sempre persone cattive, ladri, bugiardi, ipocriti, assassini, prostitute di qualsiasi tipo, adulteri. Ma ci sono anche nuovi modelli di debolezze, di tentazioni, di situazioni alla quali non eravamo né abituati, né preparati. Che fare e che dire alle donne che abortiscono: dire loro che è una cosa buona e incoraggiarle al lassismo? Certamente no. Dire loro che sono condannate e che Dio non potrà mai perdonarle ? (conosco una donna che è esclusa a vita dalla comunione sacramentale a causa dell’aborto). No, non è l’atteggiamento giusto: la risposta a questa domanda la conosciamo: il Cristo cosparge il suo amore come un balsamo che allevia il dolore sulla ferita causata dal peccato (se vi è peccato), quindi egli è compassionevole e misericordioso, e incoraggia a non cadere nella debolezza.
Cosa dire e che fare di fronte ai giovani, che sempre più spesso convivono senza avere ricevuto il sacramento del matrimonio? Vivono nel peccato? Non penso che sia una buona soluzione. Forse spiegare loro, senza giudicare, che si privano di una grazia, ma che al momento stabilito potranno sempre riceverla. E quindi forse cercare di capire che alcuni giovani hanno timore di impegnarsi e che questo timore è stato spesso nutrito dagli esempi poco incoraggianti che abbiamo dato loro! Quante mogli e mariti hanno danneggiato il coniuge nascondendo ipocritamente il loro difetto e lasciando credere che tutto andasse bene, trascinando molto spesso l’ambiente circostante nella sofferenza.
Soltanto colui che non ha mai peccato può gettare loro la prima pietra. Di fronte a queste situazioni occorre provare a comprendere perché ciò accada, prima di cedere troppo rapidamente al giudizio e alla condanna. E se non si comprende con l’intelletto, occorre farlo con il cuore! Ci sono ancora molte cose che non si comprendono; tutto ciò che è legato alla sessualità è complesso: nessuno può negarlo e molti sacerdoti sono messi di fronte alle situazioni difficili di quanti vengono a condividere con loro la propria sofferenza. Che sia nello stato di matrimonio o fuori del matrimonio, nel servizio sacerdotale, o nel monachesimo. Chi comprende, ad esempio, cos’è che spinge due persone dello stesso sesso ad essere attirate l’una dall’altra: nessuna analisi scientifica, sociologica o altra è soddisfacente e anche se ci fosse una spiegazione, che ne faremmo? A che servirebbe il rifiuto, la condanna, il disprezzo, la colpevolezza? Ciò non è mai stato l’atteggiamento del Signore. Allora che cosa occorre fare per essere dei veri testimoni del Vangelo di Cristo? Cominciamo forse con l’essere umili, non condanniamo. Proviamo a far comprendere ciò che è amore e ciò che non lo è. Che non è necessario utilizzare l’altro come uno strumento di piacere (e ciò è valido per ogni tendenza sessuale). Si può affrontare la questione dell’integrità, pensare all’astinenza, ma non sotto forma d’obbligo sistematico, ma come scelta possibile nella libertà. Se si è cercato di amare e comprendere la sofferenza che genera questo tipo di situazione ci saremo avvicinati vicino a ciò che Cristo avrebbe fatto al nostro posto. Se si incoraggia ad evitare il peccato, precisando in particolare che non è l’atto sessuale in sé ad essere un peccato, ma l’uso che se ne fa, avremo agito come pastori.
Mi sembra che i diversi responsabili spirituali (laici, diaconi, sacerdoti, vescovi) dovrebbero promuovere riunioni pastorali per trattare di tutte queste nuove questioni etiche. Non per redigere leggi e insegnamenti ex-cathedra, ma cercare insieme un approccio evangelico alle varie problematiche che toccano i nostri fratelli e le nostre sorelle. Si ha tutto da guadagnare ad apprendere a non essere né dei lassisti, né dei giudici che condannano, ma a cercare come amare la verità: ecco forse la prima e vera ascesi del pastore autentico. Occorrerebbe ancora parlare dell’annuncio del Vangelo oggi ai giovani (e meno giovani) che si drogano utilizzando ogni specie di stupefacenti e di alcool. Arriveremmo alle stesse conclusioni a cui accennavo: non giudizi inutili, non una condanna irriverente, ma ascolto di ciò che la sofferenza per la mancanza d’amore ha comportato in queste false risposte: ancora una volta far capire a quelli che sono in queste situazioni che sono amati da Dio e da noi per quanto possiamo, dire loro che Cristo non li respingerà mai (citare il Vangelo a tal fine) e che ha accordato loro tutta la sua misericordia anche se ricadono, che Gesù non è venuto per quelli che si credono forti, ma per quelli che sanno di essere deboli, “un povero ha gridato, Dio l’ha ascoltato” dice il salmista. Dobbiamo credere a questa parola e non escludere chi si rivolge a noi.
Forse alcuni fra voi diranno: non è stato accennato al modo di annunciare il Vangelo agli atei, ai non credenti e agli indifferenti. Dialoghi esistono anche con queste persone, e penso che ciò sia una buona cosa, ma mi sembra che ciò che manca maggiormente in questa problematica è una certa evidenza dell’amore, qualcosa che attiri lo sguardo, l’attenzione, il cuore. Ciò che manca, è che queste persone arrivino a dire “vedete come si amano!” Recentemente un ateo che ha fatto lo sforzo di assistere a una liturgia che celebravo in Bretagna mi ha detto che gli sarebbe impossibile credere all’esistenza di Dio finché tutti coloro che si vantano di Lui restano ancora divisi. Forse era una giustificazione facile. Ma se ciò non fosse? Non cediamo troppo rapidamente alla giustificazione che riassicura. In ogni caso è necessario per tutta la vita amarsi tra cristiani, di qualsiasi “colore” possiamo essere: non sarà mai una causa persa e resterà il modo migliore di annunciare il Vangelo al mondo d’oggi!
Vorrei citarvi un testo che amo molto. È stato scritto dal padre Lev, il “monaco della Chiesa d’oriente”. È un estratto del libro L’offerta liturgica. Si rivolge ai sacerdoti, ma vedrete che è facile trasporre tutte queste parole a ciascuno di noi: “Il sacerdote deve donarsi in primo luogo a quelli che soffrono. Se dovessi riassumere in una sola frase tutto il messaggio che Gesù ha incaricato di trasmettere agli uomini, potrebbe essere questa parola del Signore: ‘Venite a me voi tutto affaticati e oppressi e Io vi ristorerò’. Il compito del sacerdote consiste nell’orientare verso il Salvatore ogni sofferenza fisica e morale, ogni necessità di guarigione”.
È impossibile entrare qui nel dettaglio concreto sull’aiuto che il sacerdote deve offrire nel venire incontro alla sofferenza umana. Poiché ogni caso è, in un certo modo, originale e unico. Non si può applicare ai diversi casi un criterio generale. Ciò che è certo e che si applica in tutti i casi, è che non basta indirizzare al cuore sofferente un’esortazione più o meno pia, o deviarla verso istituzioni adeguate. Il sacerdote non può fare niente finché non ha condiviso il carico dell’altro, finché non ha provato a portargli questo carico (in un modo che varia in ogni caso e che deve essere guidato dagli impulsi della Grazia), finché la sua compassione non gli “costa” qualcosa e non lo trasporta verso un sacrificio preciso.
Al primo posto di quelli che soffrono ci sono i peccatori. Il loro male esige dal sacerdote umiltà, il quale pur condannando il peccato, non giudicherà mai la persona. Esige anche una lavanda dei piedi fatta con una dolcezza e un amore particolari. Come potrà il sacerdote lavare i piedi del peccatore? Forse parlando a quest’ultimo; forse distinguendo la parte di bene che non è mai assente in una vita umana e aiutando il peccatore a concentrarsi su questa goccia di luce e a farla crescere. Ma certamente con la preghiera e con un amore mite, che agisce. Occorre amare il peccatore andando oltre suoi peccati. Occorre che l’amore del sacerdote, manifestato da atti apparentemente sterili e preziosi, trascini il peccatore fuori dal peccato (solo la grazia può compiere quest’opera): Signore Gesù concedimi di penetrare sempre più nelle profondità del Tuo amore misericordioso e proclamare quest’amore a tutti quelli che metterai sulla mia strada.
Desidero ora consegnare alla vostra riflessione questa frase indirizzata da Cristo a una santa monaca agostiniana francese, Madre Yvonne Aimée: “Non faccio alcuna distinzione tra un cuore innocente e un cuore sporco. È quello che mi ama di più che mi è caro!”
Se non possiamo rispondere completamente a questa domanda immensa che costituisce l’argomento della nostra riunione diocesana, cioè come annunciare il Vangelo oggi, vi è tuttavia un atteggiamento che mi sembra molto importante proporre: finché resteremo insoddisfatti del modo in cui proviamo ad essere testimoni oggi, finché cercheremo come dire la verità a quelli che cicircondano, cioè che TUTTI SONO AMATI DA DIO!, il Signore potrà proseguire la sua opera d’insegnamento attraverso i suoi apostoli, i suoi fedeli, i suoi pastori! Non dobbiamo ingannarci: è Dio che per primo si rivela a noi e questa rivelazione non è finita. Come ha detto padre Alexander Men: “Il cristianesimo è appena iniziato!”