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Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.

Vigevano, 17 gennaio 2009

 

L’ECUMENISMO E L’UNITÀ ECCLESIALE

 

«Diventeranno una cosa sola in mano mia»
(Ez 37, 15-17)

Mi fu rivolta questa parola del Signore: «Figlio dell'uomo,  prendi un legno e scrivici sopra: Giuda e gli Israeliti uniti a lui, poi  prendi un altro legno e scrivici sopra: Giuseppe, legno di Èfraim e  tutta la casa d’Israele unita a lui, e accostali l’uno all'altro in modo  da fare un legno solo, che formino una cosa sola nella tua mano. Quando i figli del tuo popolo ti diranno: Ci vuoi spiegare che  significa questo per te?, tu dirai loro: Dice il Signore Dio: Ecco, io  prendo il legno di Giuseppe, che è in mano a Èfraim e le tribù  d’Israele unite a lui, e lo metto sul legno di Giuda per farne un legno solo; diventeranno una cosa sola in mano mia.

 

Ad ogni incontro ecumenico si prega e si parla di unità dei cristiani, e chi è chiamato a tenere l’Omelia rischia sempre di dire delle ovvietà, più o meno profonde, corrette e colte, ma che poco incidono veramente nella coscienza di chi partecipa. Si ascoltano omelie e si fanno discorsi di grande valore, capaci di edificare, ma che spesso poco incidono sulla coscienza dell’unità ecumenica – che invece avrebbe dovuto esserne lo scopo. In queste celebrazioni si espongono auspici di continuare il cammino, si avanzano i migliori propositi, ma poi si esce e ognuno, evangelico, cattolico o ortodosso torna con il cuore nella sua comunità ed è qui che avrà il suo tesoro, è qui che riconoscerà il suo cammino verso il Regno – non nella comunità dell’altro. Certo oggi siamo arrivati all’irenico punto di ammettere che Cristo sia anche pastore di altri greggi oltre al nostro, come Egli disse ai suoi discepoli, ma se dobbiamo guardare alla via verso il Regno, verso la comunione con il nostro Signore, sarà alla comunità in cui professiamo la nostra Fede che guarderemo.

Pur essendo ogni incontro ecumenico motivo di riscoperta di un «fondo comune», di una volontà sincera di riunificazione, quello che serpeggia dietro le quinte sono sempre e comunque le differenze. Quando poi si guarda al percorso ecumenico in retrospettiva si constateranno con piacere i passi in avanti fatti negli ultimi decenni, ma si constaterà – anche – con malcelata amarezza che la vetta è ancora lontana.

Non bisogna del resto nasconderci che questa unità è difficile. Forse non alla portata dei nostri attuali limiti umani. Ma ci chiediamo: un’unità semplicemente umana rispecchierebbe l’unità vera di cui vive e non ha mai cessato di vivere la Chiesa di Cristo?

Se guardiamo alla situazione generale di molte comunità cristiane ci accorgiamo che la legge della separazione impera anche in casa nostra, la divisione in gruppi è spesso la norma, e anche sotto i piedistalli di monolitici monumenti i molteplici cunicoli di formicai hanno reso la solida roccia un morbido terriccio.

Il problema a cui l’ecumenismo è chiamato a trovare una soluzione è dunque un problema che ha radici profonde nella vicenda della Chiesa. Dobbiamo quindi essere grati all’ecumenismo che ce lo faccia scoprire: il problema dell’unità! Non è un caso che a essere professamente contrari all’ecumenismo siano per lo più i gruppi scismatici, cioè quelle realtà ecclesiofughe che non sono riuscite a mantenere l’unità ecclesiale neanche con la Chiesa di cui condividono, almeno a parole, la pienezza della Fede.

Scopo dell’ecumenismo non può essere chiaramente una unia, come ce ne sono state in passato, almeno tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, ma che hanno fallito il loro intento, dacché il loro realizzarsi non toccava l’unità ecclesiale. Il problema che si configura per noi come unità dei cristiani, non può esimersi dal guardare allo scopo di questa unità, al fine di comprenderne la necessità. Questa necessità è definita così nelle parole del Vangelo: «Or io non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me per mezzo della loro parola, affinché siano tutti uno, come tu, o Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi uno in noi, affinché il mondo creda che tu mi hai mandato.  E io ho dato loro la gloria che tu hai dato a me, affinché siano uno come noi siamo uno» (Gv 17, 20-22). Il Signore Gesù parla dell’unità, non quella dei Suoi apostoli, che Egli lasciava nella piena unità, ma di «quelli che crederanno» in Lui nei secoli a venire: profeticamente il Cristo lega il problema della realizzazione dell’unità dei credenti all’unità della Sua Chiesa con Dio e alla conversione del mondo.

L’unità di coloro che credono in Cristo come Dio venuto nel mondo per salvarci, indipendentemente dal come e dal perché, è dunque coinvolta nella realizzazione dell’economia del Verbo incarnato e risorto dai morti. Dobbiamo conseguentemente capire che se vogliamo realizzare tra noi, qui e adesso, in quegli scampoli di storia che ci separano dalla fine della Storia, ovvero dal ritorno di Cristo nella gloria,  quell’unità che è prerogativa eterna della Chiesa di Cristo, se vogliamo elevarci a quell’unità, dobbiamo compiere una profonda conversione del nostro modo di essere. Dobbiamo innanzitutto capire di quale unità la Chiesa è una.

Dobbiamo scoprire come afferrare l’inafferrabile, ovvero l’essenza dell’unità, che nella Chiesa una di Cristo è al contempo mistero e sacramento. Gioverà, in vista dell’unità dei cristiani, interrogarsi sul mistero dell’unità secondo quello che ci è insegnato dalle Scritture e dalla tradizione comune.

Nella Fede cristiana l’unità tiene il posto del mistero, poiché l’unità è ciò che scaturisce dal seno della Trinità, esprime la vita nella perfetta unità delle tre Persone. Ora la Chiesa, prima di concepire come l’unità e unicità di Dio si potesse conciliare con il suo essere Trinità, ha dovuto passare attraverso secolari controversie ed eresie che hanno richiesto l’adunanza di concili ecumenici, nei quali lo Spirito Santo e i Padri conciliari hanno manifestato l’unità come basamento della Chiesa, quale riflesso del mistero della Trinità. Si è così arrivati a comprendere che l’unità di Dio si concilia con la sua tripersoneità, anzi è l’unico modo di essere perfettamente unità: un’unità di una sola essenza è poca cosa, dacché anche la creatura è una in virtù dell’unità della sua essenza creaturale, l’unità di Tre in un’essenza esprime invece un’unità completa, che è più perfetta della stessa unità. L’unità trinitaria ha vinto quindi sulla logica umana, sul concetto umano di unità, nascendo dunque in contraddizione con il concetto che noi, umanamente ci facciamo dell’unità, ovvero l’assoluta mancanza di distinzioni, di complessità, di molteplicità – il mistero della Trinità ci afferma che in Dio non c’è complessità o molteplicità, ma che Dio esiste come Unità-Trinità. È per questo che il mistero della Trinità ha levato in tanti secoli il più feroce scherno e finanche le accuse di politeismo contro i cristiani: perché è un mistero inattingibile alla logica che regola i rapporti tra le cose.

Il mistero dell’Incarnazione ci parla ancora della perfetta e inconfusa unione della natura divina con la natura umana: se ci ricordiamo come questa definizione venne raggiunta a Calcedonia dalla Chiesa unita nel suo IV Concilio ecumenico (451 d.C.), potremmo notare come essa veniva a contraddire una concezione più forte di unità – almeno a giudicare da un punto di vista concettuale: Calcedonia infatti reagiva al Monofisismo, dottrina che predicava l’unità assoluta di Cristo in una sola natura (quella divina). Ebbene questa concezione dell’unità era umana, l’unità intuita a Calcedonia fu invece divino-umana. Richiedeva un salto rispetto all’intelligenza concettuale per essere accolta. E grazie allo Spirito Santo la Chiesa fu in grado di compiere quel salto.

Secondo il Credo l’unicità-unità risulta essere il primo attributo della Chiesa di Cristo: possiamo credere che questa unità, fondata sul mistero dell’Incarnazione, attraverso la quale l’amore della SS. Trinità per gli uomini ha trovato il suo più alto compimento, non sia un’unità divino-umana?

La Chiesa, realizzazione storica dell’economia del Padre, compiuta nel Figlio e dal Figlio, e affidata alla guida del Paraclito, non può essere ridotta a un’unità puramente orizzontale e istituzionale, ma deve rispecchiare quella verticale, per noi paradossale, della triunità divina.

L’unità, santità, cattolicità e apostolicità della Chiesa è infatti il risultato e l’espressione storica compiuta dell’Amore divino per l’uomo, Amore che da principio è prerogativa preterna e sovreterna della vita intratrinitaria, che si espande nell’eternità per attirare a sé, dando così vita alla Creazione; si espande quindi a una creazione che è radicalmente altra da sé, ma vede il suo centro in una creatura che porta la sua immagine e somiglianza. L’Amore divino è dunque antinomico rispetto allo spazio e al tempo in cui si consuma la nostra esperienza umana ordinaria, segnata dal dubbio e dal peccato, in quanto porta in sé la traccia della preternità di Dio-Trinità.

Quando Cristo rivela questo Amore divino ne sottolinea la novità: «vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche  voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 35). L’umanità, anche precedentemente alla rivelazione di Cristo, conosceva l’amore come precetto divino. Nell’Antico Testamente è raccomandato tanto l’amore di Dio (Dt VI, 5), quanto l’amore del prossimo (Lev XIX, 18): l’intero Decalogo è un’articolazione dell’amore dovuto a Dio e dell’amore dovuto al prossimo. L’esperienza dell’amore come fonte di legame e motore della vita è poi fatto e sentimento ineliminabile in qualsiasi espressione umana.

In cosa risiede dunque la novità dell’Amore rivelato da Cristo? Nel fatto che questo era l’Amore di Dio Trinità vissuto in un uomo, nella persona del Verbo incarnato. In Cristo l’Amore sovreterno trinitario entra nella storia dell’umanità, vive in essa, ama in essa.

L’amore umano si rivela essere un riflesso dell’Amore divino, ma in se stesso, qualora non fosse illuminato da quello, scadrebbe a essere amor proprio, dunque negazione dell’incondizionatezza dell’amare divino e conseguente fonte di ogni peccato: in quanto negazione dell’Amore, l’amore di sé, dei suoi, del suo nega la possibilità del radicalmente Altro – nega  soprattutto quello che non può concepire come utile, concreto, mondano, mio, da me provabile, da me verificabile, da me possedibile. L’amore che Cristo chiede di superare è proprio l’amore umano con le sue limitazioni legate all’esperienza individuale: «Chi ama il madre e la madre più di me, non è degno di me» (Mt 10, 37). Soprattutto ci chiede di amare il nemico (Mt 5, 44). Spesso si interpreta male questo comandamento: Cristo non dice considerate il vostro nemico come un amico. No, il nemico resta nemico, ma va amato. È solo in questo amore che risiede la possibilità della sua conversione. E se questo non è possibile a un amore umano, lo è invece per l’Amore divino. È la testimonianza del martire che muore benedicendo i suoi carnefici, come Cristo ha perdonato sul Golgotha.

È a questo amore che Cristo chiede ai suoi discepoli di elevarsi. Lasciare le limitatezze dell’amore umano per elevarsi all’incondizionato amare divino. Chi ama di questo Amore divino è all’altezza di elevarsi al mistero dell’unità, avvicinandosi all’unione con Dio, e di trasmettere unità al mondo.

Ora, è chiaro che non si possono liquidare i percorsi delle chiese cristiane al di fuori dalla reciproca comunione come un mero effetto dell’amore umano – anche se in parte è così. La complessità della storia, con le sue ragnatele di legittime necessità, ha apparentemente vinto sull’Amore divino su cui la Chiesa è stata fondata.

Ma di fronte all’impasse storico potremmo forse imparare qualcosa in chiave escatologica. L’unità della Fede resta lontana poiché l’uomo si è legato di un amore umano alla vicenda istituzionale e storica della Chiesa. Ha ridotto in molti casi la buona novella del Regno a religione. Preferisce osservare il sabato piuttosto che chiedere al Signore che guarisca se stesso e il fratello, malati di divisione.

Tuttavia se per l’uomo che abdica in cuor suo all’Amore di Dio – e ha necessità di scriverlo anche sugli autobus – l’esperienza storica si concluderà nel dubbio se mai l’aspirazione della pace terrena e umana potrà mai trovare compimento, per la Chiesa, la speranza dell’unità dei cristiani non resta ancorata al dubbio del chissà, ma trova compimento nella certezza della realizzazione escatologica della comunione dei santi.

Sempre più ci rendiamo conto di come il mondo non creda più: è per contrastare questo effetto di una volontà maligna che ordisce l’allontanamento da Dio, dal suo Regno, da noi stessi in definitiva,  che i cristiani hanno il dovere di trovare l’unità della Fede, in modo da avere una Fede capace di spostare le montagne, poiché, richiamandoci ancora a Giovanni 17 sopra menzionato, è solo nella premessa dell’unità della Fede che è possibile l’apostolicità universale della Chiesa («Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica»). È nel riconoscimento di questo imprescindibile legame, che dobbiamo intraprendere fino in fondo il difficile cammino ecumenico.

Non è infatti in causa la nostra salvezza individuale, che possiamo anche raggiungere nelle nostre Chiese divise, ma è a causa della Fede universale, la quale non si può realizzare se noi non saremo uniti, che dobbiamo compiere questo cammino.

Gli Apostoli e dopo di loro i Padri hanno saputo testimoniare il Cristo al mondo pagano, hanno saputo far credere il mondo, poiché hanno saputo edificare se stessi nella carità, ovvero nell’amore trasfigurante dell’unità della Trinità. Solo ritrovando in noi l’amore nuovo insegnato da Cristo, che è un amore che ci obbliga a riconsiderare del tutto noi stessi, potremmo davvero edificare il corpo di Cristo, che è universale e attende il concorso di ogni singolo uomo.

Le parole dell’Apostolo ci richiamano che il fine dell’istituzione della Chiesa è di «edificare il corpo di  Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della Fede e della conoscenza  del Figlio di Dio… affinché non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi  vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro  astuzia che tende a trarre nell’errore. Al contrario, vivendo secondo la verità nell’amore, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui,  che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e  connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nell’amore» (Ef 4, 11-18).

Se consideriamo dunque l’ecumensimo come un corollario dell’apostolicità, che è realizzazione nella storia dell’unità che la Chiesa come Corpo di Cristo già instaura misticamente, radunando a sé l’umanità nel segno della Croce, – ricordando le parole: «quando sarò innalzato tutti attirerò a me» (Gv 12, 32) –, allora potremmo guardare con fiducia e forza d’animo al grande cammino che ancora dobbiamo compiere per arrivare all’unità della Fede. Tuttavia, se distinguiamo l’ecumenismo come raggiungimento di questo obiettivo massimale, da un ecumenismo come viatico possiamo rallegrarci del fatto che questo viatico già ci riconforti: il mutuo riconoscimento, il rispetto, la preghiera comune, il confronto teologico e la collaborazione pastorale sono frutti già in essere del cammino ecumenico.

Un’altra possibile applicazione attuale dello spirito ecumenico può venire dal considerare come le nostre differenze possano costituire, in questa fase della Storia della Salvezza, una potenzialità pastorale capace di raggiungere le persone che possono aver trovato delle difficoltà sul loro “natio” cammino spirituale: le diverse reti che il Cristo ha affidato ai suoi pescatori di uomini potranno allora essere viste come un ausilio e non come un ostacolo nello scopo superiore di portare tutti gli uomini alla Salvezza. La diversità delle medicine, la loro maggior o minore blandizia, può costituire l’efficacia della cura. Dove la mia rete non arriva, arriva la tua, che poi è rete del Cristo – e in definitiva è anche la mia rete.

P. Sergio Mainoldi


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